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Perché Paname?

Paname (o Panam) è il nome dato in argot (dialetto) a Parigi o ai parigini. Di uso antico, le prime tracce scritte risalgono al 1903 ma l’etimologia del termine non è molto chiara: secondo qualcuno fa riferimento al cappello Panama per dire una città elegante, per altri si riferisce allo scandalo di Panama, per altri ancora deriverebbe invece da un altro termine dialettico di panama al posto di “enorme” evocato nel 1911 da Gaston Esnault.

Paname
Si tu souriais j’aurais ton charme
Si tu pleurais j’aurais tes larmes
Si on t’frappait j’prendrais les armes
Paname
Tu n’es pas pour moi qu’un frisson
Qu’une idée qu’un’ fille à chansons
Et c’est pour ça que j’crie ton nom
Paname, Paname, Paname, Paname…

— Léo Ferré, Paname, 1960

La Cariddi del Faubourg Saint-Antoine

Brano tratto da “I Miserabili” di Victor Hugo – Libro I

La barricata di Saint-Antoine era mostruosa, alta tre piani e larga settecento piedi, sbarrava da un angolo all’altro la vasta imboccatura del faubourg, vale a dire tre vie. Corrosa, dilaniata, frastagliata, frantumata, lacerata da un immenso squarcio, puntellata da cumuli che fungevano essi stessi da bastioni, spingendo qua e là le estremità in fuori, poderosamente addossata ai due grandi promontori delle case del faubourg, sorgeva come una diga ciclopica in fondo alla piazza che vide il 14 luglio. Diciannove barricate si succedevano nella profondità delle vie dietro a quella barricata madre. Alla sola sua vista, si sentiva nel faubourg l’immensa sofferenza agonizzante, giunta a quel minuto estremo in cui la disperazione vuol divenire catastrofe. Di cosa era fatta quella barricata? Dal crollo di tre case di sei piani demolite appositamente, dicevano gli uni. Dal prodigio di tutte le collere, dicevano gli altri. Aveva l’aspetto pietoso delle costruzioni dell’odio: la Rovina. Si poteva dire: chi l’ha costruita? Come ci si poteva chiedere: chi l’ha distrutta? Era l’improvvisazione del subbuglio. Toh! questa porta! questa griglia! questa tettoia! questo stipite! questo fornello rotto! questa pentola crepata! Date tutto! buttate tutto! spingete, rotolate, picconate, smantellate, sconvolgete, abbattete tutto! Ed era la collaborazione del selciato, dei ciottoli, della trave, della sbarra di ferro, dello straccio, del vetro rotto, della sedia sfondata, del torsolo di cavolo, del cencio, del brandello e della maledizione. Era grande ed era piccola, era l’abisso parodiato sul posto dalla baraonda. La massa vicino all’atomo, il pezzo di muro strappato e la scodella rotta; una minacciosa fratellanza di tutti i rottami; Sisifo vi aveva gettato il suo scoglio e Giobbe il suo coccio. Insomma, terribile. Era l’Acropoli dei pezzenti. Carrette rovesciate rendevano disagevole la scarpata; un immenso biroccio, disposto di traverso con la stanga rivolta verso il cielo, pareva uno sfregio su quella facciata tumultuosa; un omnibus, issato allegramente a forza di braccia, proprio sulla cima di quell’ammasso, quasi che gli architetti di quella selvaggia costruzione avessero voluto aggiungere la beffa al macabro, offriva il suo timone staccato a chissà quale destriero dell’aria. Quell’ammasso gigantesco, alluvione della sommossa, richiamava l’idea di un Ossa sul Pelio di tutte le rivoluzioni; ’93 sull”89, 9 termidoro su 10 agosto, 18 brumaio su 21 gennaio, vendemmiale su pratile, 1848 su 1830. Il posto ne valeva la pena, e questa barricata era degna di apparire nello stesso luogo dove la Bastiglia era scomparsa. Se l’Oceano facesse dighe, è così che le costruirebbe. La furia delle onde era stampata su quell’ingombro deforme. Quali onde? La folla. Si sarebbe creduto di vedere lo strepito pietrificato. Si sarebbe creduto di sentire ronzare, sopra quelle barricate, come se avessero avuto là il loro alveare, le enormi api tenebrose del progresso violento. Era un groviglio? Era un baccanale? Era una fortezza? Pareva che la vertigine avesse costruito tutto ciò a colpi d’ala. C’era un che da cloaca in quella ridotta e qualcosa di olimpico in quello scompiglio. Vi si vedeva, in un miscuglio pieno di disperazione, di travi di tetti, di macerie di abbaino ancora tappezzate, di telai di finestre con tutti i vetri piantati nelle macerie in attesa del cannone, di camini sradicati, di armadi, di panche, una confusione urlante; e quelle mille cose misere, rifiutate anche dal mendicante, contengono al tempo stesso il furore e il niente. Si sarebbe detto il ciarpame di un popolo, legno, ferro, bronzo, pietra e che il faubourg di Saint-Antoine l’avessero messo alla porta con un gigantesco colpo di scopa, facendo della sua miseria la sua barricata. Massi simili a ceppi, catene sfasciate, travi incastrate che parevano forche e ruote orizzontali che uscivano dalle macerie conferivano a quell’edificio dell’anarchia il volto cupo dei vecchi supplizi patiti dal popolo. La barricata di Saint-Antoine faceva arma di ogni cosa: tutto ciò che la guerra civile può scagliare contro la società usciva da lì; non era una battaglia, era il parossismo; le carabine che difendevano quella ridotta, tra cui qualche spingarda, lanciavano frammenti di ceramica, ossicini, bottoni, e perfino rotelle di tavolini da notte, proiettili pericolosi a causa del rame. Quella barricata era forsennata, sprigionava, fino alle nubi, un clamore inesprimibile; in certi momenti, a provocare l’esercito, si copriva di folla e di tempesta, era coronata da una calca di teste fiammeggianti; un fermento la inondava, era cinta da una cresta spinosa di fucili, sciabole, bastoni, asce, lance e baionette; un’ampia bandiera rossa sbatteva nel vento; si udivano grida di comando, canzoni d’attacco, rullio di tamburi, singhiozzi di donna e la risata sinistra dei pezzenti. Era immensa e vivente e, come dal dorso di una bestia elettrizzata, ne usciva un bagliore di folgore. Lo spirito della rivoluzione sovrastava con la sua nube quella cima in cui tuonava la voce del popolo che pare voce di Dio. Da quella titanica massa di calcinacci si sprigionava una strana maestosità. Era un mucchio di rifiuti ed era il Sinai.

Come abbiamo già detto attaccava in nome della Rivoluzione, ma cosa? La Rivoluzione. Essa, quella barricata, il caso, il disordine, lo sgomento, il malinteso, l’ignoto, aveva di fronte a sé l’Assemblea Costituente, la sovranità popolare, il suffragio universale, la Nazione, la Repubblica; era la Carmagnola che sfidava la Marsigliese.

Sfida insensata, ma eroica, poiché quel vecchio faubourg è un eroe.

Il faubourg e la sua ridotta si davano man forte. Il faubourg spalleggiava la ridotta e questa lo sbarrava. La vasta barricata si snodava come una scogliera contro cui si era appena infranta la strategia dei generali africani. Le sue caverne, le sue escrescenze, le sue verruche, le sue gibbosità formavano, per così dire, una smorfia e ghignavano sotto il fumo. La mitraglia svaniva nell’informe; gli obici vi sprofondavano, ne erano inghiottiti, divorati; le cannonate riuscivano soltanto a bucare i suoi buchi; a che serve bombardare il caos? E i reggimenti, avvezzi alle più feroci visioni della guerra, guardavano con occhio inquieto quella specie di ridotta, bestia feroce, arruffata come un cinghiale, enorme come una montagna.